La Banca di Russia ha pubblicato l’11 agosto la bozza di direttiva che stabilisce quali criptovalute i piccoli risparmiatori potranno comprare sulle piattaforme autorizzate: bitcoin, ether e la stablecoin USDT. Nessun’altra. È il primo elenco chiuso di attività digitali ammesse alla negoziazione pubblica in un grande mercato, e arriva accompagnato da un tetto annuale di 300.000 rubli, circa 3.600 dollari, per ciascun intermediario.
Il provvedimento completa una legge approvata dalla Duma il 21 luglio e firmata il 4 agosto, che apre agli investitori non qualificati un mercato fino a ieri riservato ai professionisti. La consultazione pubblica sulla bozza resta aperta fino al 24 agosto e l’entrata in vigore è attesa intorno al primo settembre.
I criteri scelti dalla Banca di Russia
La selezione non è arbitraria: la Banca di Russia ha fissato tre requisiti oggettivi. Capitalizzazione di mercato, volume medio giornaliero di scambi e almeno cinque anni di storico dei prezzi su piazze estere riconosciute. È un filtro che privilegia la liquidità e la longevità e che, applicato meccanicamente, esclude quasi tutto: fuori restano le monete nate nell’ultimo ciclo, i token di piattaforma e — la assenza più commentata — XRP, che pure ha capitalizzazione e storico sufficienti ma non supera l’intero insieme dei parametri.
C’è poi un requisito che riguarda le persone e non le monete: chi opera per la prima volta deve superare un test di conoscenza del rischio, indipendentemente dall’importo. È lo stesso schema già usato in Russia per gli strumenti finanziari complessi, trasferito di peso sulle attività digitali.
Il tetto dei 300.000 rubli e il suo punto debole
Il limite annuale vale per singolo intermediario: broker, exchange o gestore. Chi apre conti presso tre operatori diversi può quindi acquistare tre volte quella cifra restando formalmente nelle regole, salvo che il testo definitivo non introduca un consolidamento centralizzato delle posizioni. È il tipico limite pensato per proteggere il risparmiatore inesperto senza costruire l’infrastruttura di controllo che lo renderebbe effettivo.
Va detto che 3.600 dollari l’anno non sono una soglia simbolica per il reddito medio russo: sono una porzione significativa del risparmio annuo di una famiglia. Il tetto non serve a limitare i grandi patrimoni, che restano nel perimetro degli investitori qualificati, ma a impedire che una famiglia concentri i propri risparmi in un’attività volatile.
Perché il modello interessa anche fuori dalla Russia
L’impianto russo è l’opposto di quello europeo. Il regolamento comunitario sui mercati delle cripto-attività disciplina chi offre il servizio — autorizzazioni, capitale, custodia, informativa — e lascia all’utente la scelta di che cosa comprare. La Banca di Russia disciplina invece l’oggetto: elenco chiuso di attività ammesse, tetto quantitativo, test obbligatorio. È un modello da mercato regolamentato tradizionale applicato a strumenti che sono nati per non averne uno.
Il secondo elemento di interesse è la presenza di USDT nell’elenco. Ammettere una stablecoin emessa da una società privata estera, in un paese sotto sanzioni e con forti restrizioni valutarie, significa riconoscere ufficialmente un canale in dollari sintetici accessibile al pubblico: una scelta pragmatica che dice molto sul ruolo che le stablecoin hanno assunto nei sistemi di pagamento dei paesi con valuta debole o soggetta a controlli. Nel registro europeo, per confronto, gli emittenti autorizzati sono oggi quarantadue e USDT non è fra questi.
Resta l’ambiguità di fondo di ogni apertura regolamentata in un contesto restrittivo: la stessa Banca di Russia che apre alla negoziazione al dettaglio sta contemporaneamente stringendo sui dispositivi di autocustodia. Il messaggio è coerente con la logica del regolatore: le criptovalute si possono comprare, purché restino dentro un perimetro dove qualcuno può vederle.
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