La scadenza delle opzioni di venerdì ha portato a termine contratti su bitcoin ed ether per circa 1,48 miliardi di dollari, regolati alle otto del mattino sul fuso di riferimento: 1,3 miliardi sul bitcoin e 180 milioni sull’ether. Il livello di massimo dolore, cioè il prezzo al quale sarebbe scaduto senza valore il maggior numero di contratti, era collocato intorno ai 64.000 dollari. Il mercato ci è arrivato sotto e ci è rimasto: il bitcoin si muove intorno ai 63.000 dollari, l’ether poco sopra i 1.870.
È una scadenza di taglia media, non una di quelle trimestrali che spostano i prezzi per giorni. Ma cade in una settimana in cui tutto il resto tirava nella stessa direzione, e questo la rende più leggibile del solito.
Che cosa dice davvero la scadenza delle opzioni
Il livello di massimo dolore è una statistica descrittiva, non una calamita: misura dove si concentra l’interesse aperto, non dove il prezzo deve andare. Serve però a capire chi ha in mano il rischio. Con il prezzo stabilmente sotto quella soglia, la maggior parte delle opzioni di acquisto in scadenza è arrivata priva di valore, e chi le aveva vendute non ha dovuto comprare il sottostante per coprirsi. Viene a mancare, cioè, quella domanda meccanica di copertura che nelle settimane di rialzo amplifica i movimenti verso l’alto.
L’effetto pratico è il contrario di quello che molti si aspettano: dopo una scadenza chiusa sotto il massimo dolore, il mercato non riparte per «rimbalzo tecnico», ma resta più libero di muoversi perché una parte delle posizioni che lo ancoravano si è estinta. La direzione, da quel momento, la decidono i flussi veri.
I flussi che contano più delle opzioni
E i flussi veri, questa settimana, sono stati negativi. I fondi quotati americani sul bitcoin hanno registrato 131 milioni di dollari di riscatti netti in una sola seduta, la seconda consecutiva in rosso. È una cifra modesta rispetto al patrimonio complessivo, ma il segno conta più della dimensione: significa che il canale che nel 2026 ha assorbito l’offerta si è messo, temporaneamente, dall’altra parte del banco.
Sul fronte dei derivati il quadro resta quello descritto dal posizionamento sbilanciato al rialzo del pubblico al dettaglio: molte posizioni lunghe con leva e un interesse aperto in lenta discesa. Quando il prezzo scivola con l’interesse aperto che cala, si stanno chiudendo posizioni, non aprendo nuove scommesse ribassiste. È un mercato che si sgonfia, non uno che viene aggredito.
Il contesto macroeconomico e il sentimento
Il paradosso della settimana è che i dati americani sull’inflazione all’ingrosso sono usciti più benevoli del previsto, con l’indice dei prezzi alla produzione fermo a luglio, e che una notizia del genere in altre fasi sarebbe stata carburante per gli attivi rischiosi. Non è successo. Al loro posto hanno pesato la fiducia dei consumatori in calo, vendite al dettaglio deludenti e il rinvio del provvedimento americano sulle regole di raccolta di capitale per i progetti in cripto-attività.
L’indicatore di sentimento resta in area di paura, intorno a 34. La capitalizzazione complessiva del settore si aggira sui 2,24 trilioni di dollari, in calo frazionale sulle ventiquattro ore. È il ritratto di un mercato che non crolla e non riparte: fa quello che fanno i mercati quando le notizie buone non bastano più a compensare l’assenza di compratori marginali.
Per chi guarda alle prossime settimane, i due appuntamenti che contano non sono tecnici: il simposio annuale delle banche centrali di fine agosto e la ripresa del calendario regolamentare americano a settembre. Rispetto a quelli, una scadenza delle opzioni da un miliardo e mezzo è rumore di fondo. Utile, però, per capire dove il rischio si era accumulato e dove non c’è più.
Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.
