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Morgan Stanley porta a 16,5 milioni le quote dell’ETF sul bitcoin

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Morgan Stanley ha portato la propria posizione nel principale fondo quotato americano sul bitcoin da 13,4 a 16,5 milioni di quote nel secondo trimestre, un aumento del 23%. È il dato che emerge dal modulo trimestrale depositato presso l’autorità di vigilanza dei mercati americani, e contiene anche il paradosso che descrive meglio questa fase: nonostante l’acquisto di oltre tre milioni di quote, il valore della posizione è sceso da 667 a 549 milioni di dollari, cioè del 18%, perché il prezzo è calato più di quanto la banca abbia comprato.

Il modulo fotografa le posizioni al 30 giugno e viene pubblicato con quarantacinque giorni di ritardo. È una radiografia in differita, non una notizia sulle intenzioni di oggi.

Che cosa ha comprato Morgan Stanley

Oltre alle quote del fondo di BlackRock, la banca dichiara 2,57 milioni di quote del proprio prodotto sul bitcoin, avviato in aprile, per circa 43,3 milioni di dollari. La posizione nel fondo quotato su ether è cresciuta del 202%, a 4,6 milioni di quote: è l’aumento percentuale più vistoso dell’intero deposito. Sono salite anche le posizioni minori, dal fondo ridotto di Grayscale a quello di Bitwise, mentre il prodotto di Fidelity è aumentato di quasi il 38%. In direzione opposta va la quota nell’azione dell’exchange americano quotato, ridotta nel trimestre.

Il quadro non riguarda solo una banca. Anche l’altro grande gruppo di Wall Street che pubblica un deposito confrontabile ha alzato le posizioni sui fondi quotati in bitcoin ed ether nello stesso trimestre. La direzione, fra aprile e giugno, è stata di accumulo diffuso proprio mentre i prezzi scendevano.

Perché il numero va letto con prudenza

Il modulo trimestrale è la fonte più citata e più fraintesa del mercato americano. Elenca le posizioni lunghe in titoli quotati negli Stati Uniti detenute da chi gestisce oltre cento milioni di dollari, e per una banca come Morgan Stanley comprende tre cose diverse messe nello stesso calderone: le posizioni proprietarie, l’inventario dei desk che fanno mercato e — quantitativamente la parte più grande — i titoli detenuti per conto dei clienti nei conti gestiti e in custodia.

Non compaiono invece le vendite allo scoperto, i derivati che coprono la posizione e le esposizioni fuori dagli Stati Uniti. Una posizione lunga nel fondo può essere la gamba di una copertura, o il riflesso della domanda dei clienti privati, e non una scommessa direzionale della banca. Chi legge «Morgan Stanley compra bitcoin» sta quasi sempre leggendo «i clienti di Morgan Stanley hanno comprato, e la banca lo ha registrato».

Che cosa dice comunque questo trimestre

Anche con tutte le cautele, due segnali restano leggibili. Il primo è di accesso: le quote crescono soprattutto attraverso il canale della consulenza, cioè da quando i promotori possono proporre questi strumenti a portafogli ordinari. Non è un flusso speculativo, è distribuzione al dettaglio con un intermediario in mezzo, e per sua natura è più lenta a entrare e più lenta a uscire.

Il secondo riguarda ether. Un aumento del 202% delle quote, per quanto parta da una base piccola, dice che la parte istituzionale del mercato sta trattando la seconda criptovaluta come una posizione di portafoglio autonoma e non più come un satellite del bitcoin, dopo l’apertura al rendimento da deposito nei fondi quotati.

Vale infine la pena di ricordare che gli acquisti descritti appartengono al trimestre chiuso il 30 giugno, mentre agosto sta raccontando un’altra storia: i fondi quotati americani sul bitcoin hanno registrato riscatti netti per 131 milioni di dollari in una sola seduta a metà mese, la seconda consecutiva in territorio negativo, con il prezzo intorno ai 63.000 dollari. Il deposito di Morgan Stanley misura dove era il denaro istituzionale a giugno, non dove sta andando adesso: confondere le due cose è l’errore più comune di questa stagione di pubblicazioni.

Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.


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