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Il registro europeo arriva a 42 emittenti di stablecoin autorizzati (e nel 2027 le regole cambiano)

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Il registro europeo degli emittenti di stablecoin autorizzati è arrivato a quarantadue nomi: l’ultimo arrivato è la società di pagamenti controllata da uno dei maggiori operatori mondiali del settore, che ha ottenuto il via libera dall’autorità lussemburghese. Nella stessa settimana è emerso che la Commissione europea prevede di rivedere la disciplina nel 2027. Due notizie apparentemente tecniche che, messe insieme, dicono qualcosa di preciso su dove sta andando il quadro normativo del continente.

Cosa significa entrare nel registro degli emittenti di stablecoin

L’autorizzazione non è un bollino di qualità: è un insieme di obblighi. L’emittente deve detenere riserve pari almeno al valore dei token in circolazione, tenerle in gran parte come depositi presso banche dell’Unione, sottoporle a verifiche periodiche e garantire il rimborso alla pari, su richiesta e senza costi sproporzionati. Deve inoltre pubblicare un documento informativo e sottostare alla vigilanza dell’autorità nazionale che ha rilasciato la licenza.

Il passaporto europeo è la parte che conta commercialmente: una licenza ottenuta in un singolo Stato consente di operare in tutta l’Unione. È il motivo per cui il Lussemburgo, l’Irlanda e Malta si trovano spesso a fare da porta d’ingresso.

Perché quarantadue è un numero interessante

Perché è cresciuto in fretta e perché la composizione sta cambiando. All’inizio gli autorizzati erano soprattutto emittenti nativi del settore; oggi entrano operatori dei pagamenti tradizionali e banche, che arrivano con clienti già acquisiti e con l’obiettivo di usare il token come infrastruttura di regolamento più che come prodotto d’investimento.

È lo stesso movimento che si osserva dall’altra parte dell’Atlantico con le grandi banche che tokenizzano i propri depositi: due strade diverse — token bancario contro moneta elettronica di un emittente autorizzato — verso lo stesso obiettivo, cioè spostare denaro senza attendere gli orari di sportello.

La revisione del 2027 e la pressione americana

La disciplina europea è stata scritta prima che gli Stati Uniti adottassero le proprie regole sulle stablecoin, e il risultato è un divario competitivo che a Bruxelles viene ormai riconosciuto apertamente. I punti su cui si concentra il dibattito sono tre: il trattamento degli emittenti extraeuropei che offrono token equivalenti dentro e fuori l’Unione, i limiti quantitativi imposti alle stablecoin denominate in valute diverse dall’euro, e il divieto di riconoscere una remunerazione ai detentori.

Quest’ultimo punto è quello che pesa di più sul risparmiatore: negli Stati Uniti la questione della remunerazione è al centro del braccio di ferro fra il fronte bancario e quello crypto, ed è uno dei nodi che hanno fatto slittare a settembre il voto sulla legge americana. Le due sponde si guardano, e ciascuna aspetta l’altra.

Cosa cambia per chi usa stablecoin dall’Italia

Nell’immediato, tre cose concrete. La prima: un numero crescente di token è emesso da soggetti vigilati, il che riduce il rischio di controparte ma non lo azzera — la garanzia è la qualità delle riserve, non l’autorizzazione in sé. La seconda: le piattaforme europee tendono a rimuovere dal listino i token non conformi, e questo può obbligare a conversioni forzate con conseguenze fiscali da valutare.

La terza riguarda la verifica: l’elenco degli emittenti e dei fornitori di servizi autorizzati è pubblico e consultabile, e controllare un nome richiede un minuto. È la stessa verifica preventiva che vale per gli exchange, e resta la difesa più efficace contro l’ipotesi di ritrovarsi con fondi bloccati su una piattaforma che perde il diritto di operare.

Cosa guardare

Per il quadro d’insieme vale la stessa avvertenza di sempre: la regolamentazione cambia il perimetro in cui il mercato si muove, non la sua struttura di fondo, che si misura con strumenti quantitativi.

Due segnali. Il primo è quanti operatori bancari tradizionali chiederanno l’autorizzazione nei prossimi mesi: sarebbe la conferma che il token è diventato infrastruttura e non prodotto. Il secondo è il contenuto effettivo della revisione annunciata: se toccherà il divieto di remunerazione, cambierà il modo in cui questi strumenti vengono usati dai risparmiatori europei, non solo dalle imprese.

C’è poi una conseguenza indiretta che riguarda la concorrenza fra valute. Le regole europee limitano la diffusione di token denominati in divise estere quando questi assumono funzioni di pagamento su larga scala: una scelta di sovranità monetaria, pensata per evitare che i pagamenti al dettaglio del continente finiscano su binari denominati in dollari. Il rovescio della medaglia è che la maggior parte della liquidità globale in stablecoin è proprio in dollari, e un operatore europeo che voglia usarla si trova con meno strumenti conformi di quanti ne trovi altrove.

I contenuti di questo articolo hanno finalità informative e formative e non costituiscono consigli finanziari, legali o fiscali. Ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.


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