La scissione della catena di Bitcoin più annunciata degli ultimi anni è durata due blocchi. Sabato i sostenitori di BIP-110 si sono staccati dalla rete principale al blocco 961.632 portando con sé circa il 2,5% della potenza di calcolo, e nelle otto ore successive la catena minoritaria ne ha prodotti due: contro uno ogni dieci minuti circa della rete normale. Nel frattempo la catena principale ha continuato ad aggiungere blocchi senza alcuna interruzione. È il caso di studio più pulito degli ultimi anni su un punto che si ripete a ogni conflitto di governance: il codice può imporre una regola, non può fabbricare potenza di calcolo.
Che cosa proponeva BIP-110
La proposta, presentata come modifica temporanea e reversibile della durata di circa un anno, limitava la dimensione di alcuni elementi di dati inseribili nelle transazioni. Nel mirino c’erano gli strumenti usati per iscrivere contenuti arbitrari nella catena e diversi protocolli di token costruiti sopra a quel meccanismo. L’argomento dei sostenitori era di economia della rete più che di ideologia: meno dati arbitrari significa catena che cresce più lentamente, quindi costi di gestione più bassi per chi mantiene un nodo completo e un ritorno alla funzione originaria di trasferimento di valore.
La proposta circolava soprattutto attraverso un’implementazione alternativa del software di nodo, mentre l’implementazione usata dalla stragrande maggioranza della rete non l’ha adottata. I pagamenti ordinari e i trasferimenti sui canali di secondo livello sarebbero rimasti funzionanti, e nessuna moneta esistente avrebbe richiesto migrazioni o conversioni.
Il vero punto di rottura era il metodo di attivazione
Il conflitto non riguardava tanto le restrizioni quanto il modo in cui sarebbero entrate in vigore. BIP-110 fissava la soglia di consenso dei minatori al 55%, molto al di sotto del 95% associato agli aggiornamenti storici della rete. Soprattutto, istruiva i nodi aderenti a rifiutare i blocchi non segnalanti dopo il blocco 961.632, anche se quei blocchi rappresentavano quasi tutta la potenza di calcolo esistente.
È una differenza sostanziale. Un aggiornamento con soglia alta si attiva quando la rete ha già deciso; un aggiornamento che rifiuta la maggioranza si attiva contro la rete, e in quel caso l’esito non è l’adozione ma la separazione. Nelle settimane precedenti il segnale è rimasto inchiodato fra il 2,4% e il 2,6%. Le principali cooperative di calcolo non hanno mai segnalato, e diverse figure di primo piano del settore hanno chiesto pubblicamente ai promotori di fermarsi.
Perché la catena minoritaria si è fermata quasi subito
Qui la matematica è spietata e vale la pena spiegarla, perché è la stessa che rende costoso attaccare la rete. La difficoltà di estrazione è un parametro che si ricalcola ogni 2.016 blocchi, cioè circa ogni due settimane, per riportare il tempo medio a dieci minuti. Una catena che si separa eredita la difficoltà della catena madre: nel caso di sabato, circa 127 mila miliardi.
Con il 2,5% della potenza di calcolo e una difficoltà tarata sul 100%, il tempo medio fra un blocco e l’altro si allunga di circa quaranta volte: sei-sette ore anziché dieci minuti. Per arrivare al ricalcolo servono 2.016 blocchi a quel ritmo, cioè più di un anno. È la trappola classica delle catene minoritarie: per uscire dalla lentezza bisogna prima sopravvivere alla lentezza. In queste condizioni una conferma richiede ore, le commissioni non compensano il costo dell’energia e chi estrae abbandona, il che peggiora ulteriormente la situazione.
Il rischio di replay, l’unica cosa che riguardava davvero i detentori
Chi deteneva bitcoin prima della separazione si è ritrovato tecnicamente titolare delle stesse quantità su entrambe le catene, perché la storia condivisa fino al blocco della scissione è identica. Questa duplicazione contabile, però, non crea domanda: perché una moneta separata diventi qualcosa serve un ecosistema — portafogli funzionanti, chi estrae con continuità, quotazioni, custodia, sviluppatori e soprattutto qualcuno disposto a comprare. Nessuna grande piattaforma di scambio si è impegnata a quotare l’asset separato, e il silenzio dei custodi istituzionali è stato ancora più eloquente delle dichiarazioni.
Il rischio concreto era un altro, ed è quello che merita attenzione anche in futuro: in assenza di una protezione specifica, una transazione firmata su una catena può essere ritrasmessa e risultare valida anche sull’altra. In pratica, muovere fondi durante le ore immediatamente successive a una separazione può produrre effetti non voluti. Alcune piattaforme di nicchia avevano infatti sospeso in via precauzionale depositi e prelievi, e la regola prudenziale in questi casi resta sempre la stessa: non muovere nulla finché il quadro non è chiaro.
La coda della vicenda: proof-of-work e governance
Fallito il tentativo, i promotori hanno cominciato a discutere l’ipotesi di cambiare l’algoritmo di calcolo della catena minoritaria, così da rendere inutilizzabili le macchine specializzate e ripartire con un parco hardware diverso. È una strada già percorsa da altri progetti nati per separazione: risolve il problema della difficoltà ereditata, ma trasforma definitivamente il risultato in una rete distinta, non in una versione alternativa di Bitcoin.
Parallelamente si è aperto un fronte interno al processo di proposta. Uno degli editori del registro delle proposte di miglioramento ha chiesto pubblicamente la rimozione di un collega storico dal ruolo editoriale, contestando la gestione della pubblicazione di BIP-110. È una disputa procedurale che a prima vista sembra minore, ma tocca il punto sensibile di un sistema senza autorità centrale: chi decide che cosa entra nel registro delle proposte, e con quali criteri.
Che cosa resta, al di là della cronaca
Tre lezioni, in ordine di durata. La prima è che il meccanismo di difesa ha funzionato senza che nessuno dovesse intervenire: non c’è stato un voto, un’assemblea o un’autorità che ha respinto la proposta, è stata semplicemente l’aritmetica della potenza di calcolo. La seconda è che l’assenza di reazione delle grandi piattaforme, così diversa dalle istruzioni dettagliate pubblicate durante le separazioni del 2017, misura quanto il settore consideri improbabile una scissione con questi numeri.
La terza riguarda chi detiene. Episodi come questo, insieme a quelli di sicurezza che abbiamo raccontato quando una revisione assistita ha trovato ottantacinque falle gravi nell’ecosistema, spingono una parte del capitale verso i prodotti regolamentati e la custodia di terzi. È un travaso che si legge nei flussi molto prima che nei grafici, e che l’analisi quantitativa del ciclo tratta come struttura e non come cronaca.
Sul fronte dell’estrazione, infine, la vicenda arriva in un momento già delicato: il calo della potenza di calcolo e la migrazione degli impianti verso altri usi, di cui abbiamo scritto quando la difficoltà è scesa e i minatori hanno cambiato mestiere, rendono ogni frammentazione ancora più costosa per chi la tenta.
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