La difficoltà di mining di Bitcoin è scesa di circa il 14% dai massimi di quest’anno, e la rete ha registrato la seconda lettura negativa più profonda della sua storia. Tradotto: una parte dei computer che proteggono Bitcoin ha staccato la spina. Non è un guasto e non è un attacco: è economia. Con il prezzo fermo poco sotto i 65.000 dollari e i costi in salita, per molti operatori estrarre non conviene più — e il calcolo sta migrando altrove.
La difficoltà di mining scende: cosa significa davvero
La difficoltà è il parametro che il protocollo aggiusta ogni 2.016 blocchi, all’incirca ogni due settimane, per mantenere costante il ritmo di un blocco ogni dieci minuti. Se la potenza di calcolo collegata aumenta, la difficoltà sale; se diminuisce, la difficoltà scende. È l’unico termostato del sistema, e funziona senza che nessuno lo decida.
Un calo del 14% dal massimo dell’anno significa quindi che una fetta consistente di macchine ha smesso di partecipare. Letture negative così marcate si contano sulle dita di una mano: la più celebre resta quella del divieto cinese al mining, quando un intero paese fu costretto a spegnere in poche settimane. Questa volta però non c’è nessun divieto.
Perché i miner se ne vanno
Il conto economico di chi estrae dipende da tre grandezze: il prezzo di Bitcoin, il premio per blocco e il costo dell’energia. Il premio si è dimezzato con l’ultimo dimezzamento e non tornerà a salire. Il prezzo è fermo in un canale stretto da settimane. I costi, invece, sono aumentati, perché l’energia è contesa da un compratore molto più ricco.
I rendiconti operativi di luglio, pubblicati nei giorni scorsi dalle principali società quotate del settore, raccontano ricavi in calo a doppia cifra. E raccontano anche dove sta andando il capitale: verso l’infrastruttura per l’intelligenza artificiale. I centri dati costruiti per il mining hanno alimentazione, raffreddamento e connettività già pronti; riconvertirli per ospitare acceleratori di calcolo è più rapido che costruire da zero, e il cliente finale paga di più e in modo prevedibile.
Il capitale dell’intelligenza artificiale fa ciò che fece un divieto
È il passaggio più interessante. Nel 2021 la potenza di calcolo lasciò la rete per un ordine politico; nel 2026 la lascia perché un altro settore paga l’energia più di quanto la paghi Bitcoin. Il risultato sulla curva della difficoltà è simile, l’origine è opposta: allora fu una costrizione, oggi è una scelta di allocazione del capitale.
Va detto che il meccanismo ha un contrappeso automatico. Meno concorrenza significa che chi resta guadagna una quota maggiore dello stesso premio: la difficoltà più bassa rende il mining più redditizio per i sopravvissuti, e questo prima o poi richiama capacità. Il sistema si autoregola, ma lo fa con un ritardo che può durare mesi.
Nel frattempo capitano episodi che sembrano folklore e invece sono statistica: nei giorni scorsi un piccolo operatore in solitaria ha trovato un blocco, incassando circa 200.000 dollari con una probabilità che, con la sua potenza, si presentava in media una volta ogni centosettanta anni. Con meno macchine collegate, questi eventi diventano un po’ meno improbabili.
Cosa c’entra con la sicurezza della rete
La domanda che si fa chi detiene Bitcoin è se una rete meno potente sia una rete meno sicura. In termini assoluti, sì: il costo di un attacco è proporzionale alla potenza di calcolo da eguagliare. In termini pratici, la potenza attuale resta di ordini di grandezza superiore a qualunque capacità aggredibile sul mercato, e il calo va letto sul livello, non sulla variazione: siamo su valori che nel 2023 sarebbero stati un massimo storico.
C’è però un tema di concentrazione: quando i piccoli operatori escono, la quota di chi resta cresce. È lo stesso fenomeno che abbiamo osservato dal lato finanziario, dove un solo prodotto assorbe la larga maggioranza dei flussi. Efficienza e concentrazione, ancora una volta, viaggiano insieme.
Cosa guardare adesso
Tre indicatori. Il primo è il prossimo aggiustamento della difficoltà: se torna positivo, l’uscita si è fermata. Il secondo sono gli aggiornamenti operativi mensili delle società quotate, che dicono quanta capacità viene davvero riconvertita. Il terzo è il rapporto fra il costo medio di produzione e il prezzo di mercato: finché il secondo resta sotto il primo per gli operatori meno efficienti, l’emorragia continua.
Per chi guarda al prezzo, la lettura utile è che questa è una fase di riassetto industriale, non di crisi del protocollo. Le fasi di riassetto si misurano meglio con gli strumenti che collocano il momento attuale dentro la struttura di lungo periodo, come l’analisi quantitativa della posizione nel ciclo.
I contenuti di questo articolo hanno finalità informative e formative e non costituiscono consigli finanziari né sollecitazione all’investimento. Ogni decisione resta sotto la responsabilità del lettore.
