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Strategy annuncia la ripresa dell’accumulo di bitcoin: 175.000 comprati, 7.000 venduti

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L’amministratore delegato di Strategy ha dichiarato che la società tornerà all’accumulo di bitcoin nel corso dell’anno, dopo le vendite che da maggio hanno incrinato la regola non scritta del «non si vende mai». I numeri che ha messo sul tavolo raccontano una proporzione che il mercato aveva perso di vista.

I numeri dietro l’accumulo di bitcoin del 2026

Da inizio anno la società dichiara di aver comprato circa 175.000 bitcoin e di averne venduti circa 7.000: venticinque volte più acquisti che cessioni. In termini netti resta un compratore di dimensione industriale, e nello stesso periodo è passata dal secondo al primo posto fra i detentori istituzionali. Le vendite sono state quattro da maggio in poi, l’ultima da 1.690 bitcoin, su una posizione che supera gli 840.000.

La proporzione conta più del titolo di giornata: 7.000 su 840.000 è meno dell’un percento della posizione. Ma il punto non era mai stato quantitativo, era di principio. Una società che aveva costruito la propria identità finanziaria sull’idea di non vendere ha venduto, e il mercato ha smesso di considerare intoccabile quella riserva.

Perché ha venduto

Il ricavato delle cessioni è servito a tre cose: pagare i dividendi sulle azioni privilegiate, riacquistare azioni proprie e alimentare la riserva in dollari. Sono tutte uscite in valuta, ricorrenti e con scadenze fisse. È la contraddizione strutturale del modello: la riserva è in bitcoin, gli obblighi verso gli azionisti sono in dollari, e quando la raccolta di capitale rallenta l’unico attivo liquido disponibile è proprio quello che si era promesso di non toccare.

Chi possiede azioni privilegiate ha un credito che viene prima delle azioni ordinarie: quel dividendo va pagato in contanti a prescindere da quanto vale la riserva. È il motivo per cui la promessa di riprendere l’accumulo di bitcoin va letta come condizionata alla capacità di raccogliere capitale a condizioni sostenibili, non come un ritorno automatico allo schema precedente.

Il quadro complessivo delle tesorerie

Le società quotate detengono complessivamente oltre 1,26 milioni di bitcoin, mentre fondi ed exchange traded fund ne detengono più di 1,6 milioni. La differenza fra i due contenitori è sostanziale: un fondo indicizzato vende quando i sottoscrittori riscattano, una tesoreria aziendale vende quando ha bisogno di contanti. La prima è offerta passiva e proporzionale ai flussi, la seconda è offerta discrezionale e si concentra proprio nelle fasi di mercato debole, quando la raccolta si chiude.

Per chi osserva il mercato, i segnali da seguire nei prossimi mesi sono tre e sono verificabili: la ripresa effettiva degli acquisti dichiarati, il costo del capitale a cui la società riesce a finanziarsi e l’andamento delle emissioni di azioni privilegiate. Se la raccolta riparte, la riserva torna a crescere. Se si chiude, le vendite non saranno un’eccezione ma una necessità di cassa ricorrente, e allora conterà più il calendario dei dividendi che le dichiarazioni di intenti.

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Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.


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