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I miner quotati hanno venduto 28.000 bitcoin: riserve giù a 99.000

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Dall’inizio dell’anno i miner quotati hanno ridotto le proprie riserve di bitcoin da 127.000 a 99.000 unità. Sono 28.000 bitcoin usciti dai bilanci delle società di estrazione con azioni sul mercato, circa 1,78 miliardi di dollari ai prezzi attuali: una pressione di vendita costante, distribuita su sette mesi, che quasi nessuno conta quando prova a spiegare perché il prezzo non si muove.

Il dato, aggiornato al 12 agosto, arriva dall’unità di ricerca di Blockware Intelligence e riguarda solo le società quotate: la parte del settore che pubblica bilanci e quindi è misurabile. La quota privata dell’industria non è osservabile con la stessa precisione, il che rende 28.000 bitcoin una stima per difetto del fenomeno complessivo.

Perché i miner quotati vendono

La ragione è aritmetica, non strategica. Dopo l’ultimo dimezzamento della ricompensa e con la difficoltà di rete su livelli elevati, il costo di produzione di un bitcoin per molti operatori si colloca sopra il prezzo di mercato corrente, intorno ai 63.000 dollari. Quando il ricavo per moneta prodotta non copre energia, ammortamento delle macchine e debito, l’unica cassa disponibile è quella che si ricava vendendo l’inventario.

A questo si aggiunge una seconda dinamica, più recente: diversi operatori stanno riconvertendo capannoni e contratti di fornitura elettrica verso il calcolo per l’intelligenza artificiale. È una trasformazione che richiede investimenti immediati in hardware e raffreddamento, e il modo più rapido per finanziarla è liquidare le monete accumulate in bilancio. Chi vende, in questo caso, non lo fa perché ha una vista negativa sul prezzo: lo fa perché sta cambiando mestiere.

Quanto pesa davvero la vendita dei miner quotati

Il confronto utile non è con la capitalizzazione complessiva, che rende ogni cifra trascurabile, ma con il flusso marginale. In una fase in cui i fondi quotati americani alternano sedute di raccolta e sedute di riscatti, con saldi settimanali dell’ordine di poche centinaia di milioni di dollari, un venditore strutturale che ha collocato quasi 1,8 miliardi in sette mesi conta. Non provoca crolli: leviga i rialzi, assorbendo la domanda proprio quando il prezzo prova a staccarsi dalla parte alta dell’intervallo.

C’è poi un effetto composto che merita attenzione. Le riserve scese a 99.000 bitcoin significano che il settore ha bruciato quasi un quarto del proprio tesoro in sette mesi. Meno inventario vuol dire meno margine di manovra al prossimo periodo di margini compressi: chi ha già venduto la scorta, la volta successiva dovrà emettere azioni o debito. È la ragione per cui il trimestre appena chiuso ha visto 851 milioni di dollari di perdite combinate fra i miner quotati.

Che cosa osservare nei prossimi mesi

Tre indicatori dicono più di qualunque previsione. Il primo è la difficoltà di rete: se continua a salire mentre il prezzo resta fermo, il margine per moneta prodotta si comprime ancora e la vendita prosegue. Il secondo è il rapporto fra bitcoin estratti e bitcoin trasferiti verso gli exchange: quando supera stabilmente il 100%, il settore sta liquidando le riserve e non solo la produzione corrente.

Il terzo riguarda i bilanci: la quota di ricavi che arriva dai contratti di calcolo per l’intelligenza artificiale invece che dall’estrazione. Più quella quota cresce, meno il conto economico dipende dal prezzo del bitcoin, e meno il settore è costretto a vendere. Paradossalmente, il momento in cui i miner quotati smetteranno di essere una fonte di offerta coinciderà con quello in cui avranno smesso, in buona parte, di fare i miner.

Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.


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