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CLARITY Act, dopo l’audizione la finestra si stringe: tre nodi e poche settimane utili

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L’audizione c’è stata, i riflettori pure. Ma il giorno dopo il field hearing della House Financial Services Committee a New York — “Building the Future of Finance”, dedicato al CLARITY Act — la sostanza è questa: nessun voto era in programma, nessun voto c’è stato, e la partita vera resta tutta al Senato, dove il disegno di legge siede sul calendario legislativo (Calendar No. 423) da inizio giugno senza una data per l’aula. Intanto le stime degli analisti sulla probabilità di approvazione entro la pausa estiva sono scese sotto il 50% e continuano a calare.

Un’audizione di vetrina, una finestra che si chiude

Come avevamo anticipato alla vigilia nell’articolo sull’audizione alla Camera, l’appuntamento del 17 luglio era un palcoscenico di advocacy più che un passaggio legislativo: la Camera il suo voto lo ha già dato un anno fa, con un margine ampio e bipartisan. Il collo di bottiglia è il Senato, e il calendario è spietato: la finestra utile va dal rientro del 13 luglio alla pausa di agosto. Dopo, la stagione delle elezioni di metà mandato assorbirà l’agenda e le prospettive del testo — nelle parole degli analisti politici che seguono il dossier — si deteriorerebbero in modo sostanziale.

La matematica del Senato: perché 60 voti sono lontani

I numeri spiegano il pessimismo più di ogni analisi. I repubblicani controllano 53 seggi, ma due senatori del partito sono attesi al voto contrario per ragioni di merito: la maggioranza effettiva scende a 51. Per superare l’ostruzionismo servono 60 voti, quindi sette-nove democratici. Quelli che si sono espressi pubblicamente a favore, finora, sono due — entrambi con condizioni allegate al sostegno in aula. E ogni sequenza procedurale di chiusura del dibattito può consumare quasi una settimana di lavori, in un’aula dove competono per lo stesso tempo anche i rinnovi della difesa e della sorveglianza. Tre settimane, due procedure, sette voti da trovare: questa è l’aritmetica.

I tre nodi che bloccano il testo

Il disegno di legge non è fermo per ragioni di principio, ma per tre dispute concrete. La prima è politica ed etica: diversi senatori democratici chiedono norme vincolanti sui conflitti di interesse legati alle disponibilità in criptovalute dei funzionari pubblici, presidente incluso, dopo che le comunicazioni finanziarie del 1° luglio hanno rivelato entrate legate al settore per circa 1,4 miliardi di dollari nel 2025; un emendamento in materia è già stato respinto in commissione e la Casa Bianca si oppone a qualsiasi clausola sul punto. La seconda riguarda la Sezione 604, lo scudo per gli sviluppatori DeFi non-custodial, che li esenta dagli obblighi da intermediario finanziario: le associazioni dei procuratori distrettuali sostengono che ostacolerebbe le indagini penali. La terza è la questione dei rendimenti sulle stablecoin: le banche sostengono che il testo aprirebbe una scappatoia rispetto al divieto di interessi previsto dal GENIUS Act — le cui regole operative, per inciso, scadono proprio oggi, come raccontato nel nostro countdown al 18 luglio.

Cosa significa per il mercato

Il mercato ha convissuto per due anni con l’incertezza regolatoria e può continuare a farlo; ma la mancata approvazione entro agosto lascerebbe SEC e CFTC senza confini di competenza definiti per un altro anno almeno, con effetti concreti su emittenti, exchange e progetti che aspettano regole per operare negli Stati Uniti. Per chi guarda il dossier dall’Italia, con il confronto tra l’impianto americano e il MiCA europeo, l’analisi delle ricadute è su FiscoCripto. Seguiremo l’iter giorno per giorno: le prossime due settimane diranno se il 2026 sarà l’anno della chiarezza regolamentare americana o l’ennesimo rinvio.

Contenuti a scopo informativo ed educativo: non costituiscono consulenza finanziaria né sollecitazione all’investimento.


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