Torna al centro del dibattito la natura giuridica di XRP. Il direttore tecnico di Ripple, David Schwartz, ha ribadito che prima della decisione giudiziaria del 2023 la SEC trattava il token come un titolo, una qualificazione che quella sentenza ha poi ridimensionato distinguendo tra le diverse modalità di vendita. Il punto non è nostalgico: la questione se un token sia un “security” o una “commodity” resta la domanda regolamentare più pesante dell’intero settore, perché da essa dipende chi vigila, quali obblighi si applicano e con quali conseguenze per chi emette e per chi scambia. La riflessione di Schwartz riporta l’attenzione su una distinzione che il caso Ripple ha reso, di fatto, un precedente di riferimento.
Cosa stabilì la decisione del 2023
Il nodo della vicenda è la separazione tra il token in sé e il modo in cui viene distribuito. La decisione del 2023 non qualificò XRP come titolo in senso assoluto, ma distinse tra le diverse forme di vendita: le collocazioni rivolte a investitori istituzionali, con contratti e promesse dirette, furono trattate come contratti di investimento; le vendite sul mercato secondario, dove chi comprava non aveva alcun rapporto con l’emittente e non poteva sapere da chi provenissero i token, ricevettero un inquadramento diverso. È una distinzione sottile ma decisiva, perché sposta il baricentro dal “cosa” al “come”: non è l’asset a essere un titolo, ma la transazione, a seconda del contesto in cui avviene.
Perché la qualificazione conta davvero
Etichettare un token come titolo o come merce non è un esercizio accademico: cambia l’intero regime a cui è soggetto. Se è un titolo, ricade sotto la vigilanza del regolatore dei mercati mobiliari, con obblighi di registrazione, trasparenza e informativa pensati per azioni e obbligazioni. Se è una commodity, la competenza passa a un’altra autorità e il perimetro degli obblighi si sposta. Da questa qualificazione dipendono aspetti concreti: quali piattaforme possono quotarlo, quali informazioni l’emittente deve pubblicare, quali tutele hanno gli acquirenti, quali sanzioni scattano in caso di violazione. È il motivo per cui ogni pronunciamento su un token importante viene letto come un tassello di un mosaico più ampio, quello del confine tra titoli e beni digitali.
Il criterio di fondo: il test dell’investimento
Alla radice della disputa c’è un criterio storico del diritto statunitense, che qualifica come contratto di investimento un’operazione in cui si investe denaro in un’impresa comune con l’aspettativa di un profitto derivante dallo sforzo altrui. Applicare questo schema, nato per contesti tradizionali, a un token che circola su una rete pubblica è tutt’altro che immediato: un asset digitale può nascere come strumento di raccolta e poi diventare, col tempo, un bene scambiato da una moltitudine di soggetti senza alcun legame con chi lo ha creato. La vicenda XRP illustra proprio questa transizione, e mostra perché la stessa moneta possa essere trattata in modi diversi a seconda della fase e del tipo di vendita. È qui che la distinzione tra security e commodity smette di essere netta e diventa una questione di grado e di contesto.
Un precedente per l’intero settore
Le parole di Schwartz vanno lette in questa cornice: rivendicare che la SEC trattasse XRP come titolo prima del 2023 serve a sottolineare quanto la decisione successiva abbia spostato i termini del confronto. Il caso è diventato un riferimento perché ha introdotto, nella pratica, l’idea che la qualificazione dipenda dalla modalità di distribuzione e non dall’asset in astratto. È un approccio che il legislatore americano sta cercando di codificare, dividendo per legge le competenze tra le autorità e definendo criteri stabili al posto di sentenze caso per caso, come abbiamo raccontato analizzando le tre proposte regolamentari sulla struttura di mercato e la DeFi. Finché quei criteri non saranno legge, ogni token importante resta un potenziale banco di prova.
Il risvolto per chi opera in Italia
La qualificazione giuridica di un token non è solo una questione americana: si riflette sul modo in cui gli asset digitali vengono inquadrati, custoditi e tassati anche dall’altra parte dell’Atlantico. Le categorie con cui un ordinamento definisce un token — titolo, merce, strumento di pagamento — influenzano il trattamento normativo e le implicazioni fiscali per chi lo detiene o lo scambia. Per chi opera dall’Italia, l’evoluzione di questi criteri e le loro ricadute pratiche sul piano tributario e regolamentare sono seguite passo passo su FiscoCripto. Il caso XRP, in questo senso, non è solo un capitolo di storia giudiziaria, ma un modo per capire come si sta costruendo il linguaggio con cui il diritto imparerà a definire gli asset digitali.
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