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Mining in Russia: Mosca spegne le macchine fino al 2032

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Il mining in Russia subisce un nuovo giro di vite: il governo ha vietato l’attività a Mosca, nella regione omonima e in parte dell’oblast di Kursk, con un orizzonte temporale che arriva fino al 31 dicembre 2032. Il provvedimento, il decreto numero 936 firmato il 25 luglio e pubblicato il 31, proibisce anche la partecipazione alle mining pool, colpendo così non solo chi ospita le macchine ma chi contribuisce alla potenza di calcolo da remoto.

La motivazione è energetica. Il ministero dell’Energia ha spiegato che la restrizione, attiva tutto l’anno e non più solo nei picchi invernali, serve a ridurre il rischio di carenza di capacità sulla rete della capitale, dove il mining consuma già circa un gigawatt e dove la domanda dei data center potrebbe arrivare a 3,6 gigawatt entro il 2032, pari a una quota significativa del fabbisogno di punta.

Il peso del mining in Russia sull’hashrate globale

La Russia è il secondo paese al mondo per potenza di calcolo dedicata al bitcoin, con una stima di 175 exahash al secondo nel primo trimestre, pari a circa il 16% dell’hashrate globale secondo i dati dell’indice di Luxor. Solo gli Stati Uniti fanno di più. Il dato rende la notizia rilevante ben oltre i confini russi: ogni restrizione in un paese che vale una frazione così ampia della rete ha ripercussioni sulla distribuzione geografica della sicurezza del protocollo.

Non è chiaro, però, quanta di questa capacità si trovi nelle aree ora vietate. Il divieto di Mosca e Kursk si aggiunge a un mosaico di restrizioni già in vigore: dal 2024 il paese ha legalizzato il mining registrato, ma nel frattempo ha imposto divieti in una decina di regioni, citando il consumo di elettricità. Il quadro che ne esce è quello di un settore tollerato, tassato e usato anche per i pagamenti internazionali, ma continuamente spinto lontano dai grandi centri abitati.

Energia, sanzioni e geopolitica

Il mining in Russia non è solo una questione di rete elettrica. Il paese ha dichiarato di usare il bitcoin estratto in patria per i pagamenti nel commercio con l’estero, come via per aggirare le sanzioni occidentali, e il ministero delle Finanze lo ha ammesso esplicitamente a fine 2024. La legislazione approvata in estate mantiene il divieto di pagamenti interni in criptovalute, ma conserva l’eccezione per le transazioni con l’estero e per quelle che coinvolgono moneta minata.

Gli Stati Uniti, dal canto loro, avevano già sanzionato nel 2022 il principale operatore russo del settore e una decina di società collegate, sostenendo che il mining aiutasse Mosca a monetizzare le risorse energetiche. La restrizione di Mosca, insomma, si inserisce in un intreccio in cui energia, sanzioni e strategia economica si sovrappongono, e in cui il bitcoin è insieme un’infrastruttura finanziaria e una risorsa energetica da governare.

Che cosa cambia per la rete

Per il protocollo, la concentrazione geografica del mining è sempre stata una questione di sicurezza. Quando una quota rilevante della potenza di calcolo si trova in un singolo paese, cresce il rischio teorico di pressioni politiche o di interruzioni coordinate. Il divieto di Mosca non sposta necessariamente l’hashrate all’estero: i miner possono trasferirsi in regioni russe più tolleranti, oppure restare e operare in modo irregolare. Ma il segnale è chiaro, ed è la conferma che l’energia è diventata la variabile politica più importante del mining.

Il mercato ha assorbito la notizia senza scosse, con il bitcoin intorno ai 63.000 dollari. È il comportamento tipico di un asset ormai abituato a convivere con le regole nazionali: la rete continua a funzionare ovunque, mentre i governi decidono dove possono farlo i propri cittadini.

Contenuti a fini formativi, non consulenza finanziaria.


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